Basilica dei Santi Martiri

a cura di S.Scala

La cappella dei Santi Martiri venne realizzata tra la fine del IX secolo e gli inizi del X dal Vescovo Leone III adattando un preesistente edificio del III secolo ritenuto dagli studiosi, un mausoleo funerario.

Abbiamo, in passato, avanzato dubbi su tale attribuzione, relativi sia alle anomalie stratigrafiche (dipinti ritenuti del III secolo risultano essere oltre 50 cm sopra quelli datati al V; gli edifici esterni al complesso ritenuti del II-III sono solo 40 cm sotto il piano di questo edificio) sia  a svariati elementi architettonici  ed artistici a nostro avviso dubbi.

Basilica dei Santi Martiri | Basiliche Paleocristiane di Cimtile

A soluzione di tali anomalie, abbiamo proposto una diversa interpretazione che analizzeremo più avanti. 

Alla Basilica dei Martiri si accede attraverso un protiro costituito da una volta sorretta due graziose colonne a sezione quadrata sormontate   da capitelli corinzi. Su di essi é inciso il nome del vescovo Leone III che realizzò il riadattamento (LEO TERTIUS EPISCOPUS VECIT). Un intaglio geometrico e vegetale decora i due piastrini. A sinistra, una seconda volta, gemella della prima, é sorretta da una colonna dorica in marmo cipollino, spezzata nella parte mediana, della quale sono state adoperate entrambe le parti formando due colonne singole.

Le sculture richiamano moduli formali ed iconografici classico-bizantini. Nella lunetta del protiro è affrescata una Vergine con Angeli sventrata da una epigrafe marmorea che ricorda due eventi miracolosi legati al culto di San Felice. Il primo miracolo narra della immersione, da parte di una pellegrina, della propria corona (forse un rosario) nella imboccatura che apriva su una vasca ribollente del sangue dei Martiri.

Basilica dei Santi Martiri | Basiliche Paleocristiane di Cimtile

La donna estrasse la corona ed una goccia di sangue colata da essa incavò un marmo ancora visibile a destra dell’ingresso, protetto da una piccola griglia in ferro.Il secondo miracolo narra della fuga di Felice dai suoi persecutori e della miracolosa costruzione di una ragnatela che nascose, alla loro vista, Felice rifugiatosi in una grotta.

Di tale episodio parla anche Paolino, anche se nella narrazione la grotta é sostituita da un muro diroccato. A tale leggenda si sono disinteressati gli studiosi moderni ma non quelli del secolo scorso che, per entrambe le leggende, hanno dato spiegazioni che aprono interessanti prospettive alla ricerca archeologica moderna. Ci riferiamo, in particolare, al De Felury, che nel 1873 segnalava come la bocchetta ove la donna aveva inserito la sua corona era, al tempo, ancora visibile ed era collocata lì dove l’opera di demolizione del Chierici, ha fatto emergere un arcosolio (sinistra dell’ingesso a nord) con un dipinto non più riconoscibile.

Nella pianta del De Fleury che riportiamo, cerchiata di rosso, appare la bocchetta che apriva sulla vasca del sangue e che il De Fleury ingrandisce in basso a sinistra.

In relazione, invece, al secondo dei due miracoli, lo stesso De Fleury suppone che la scala, che un tempo esisteva (cerchiata in blù) e che terminava dopo pochi centimetri di profondità, su una tomba vuota ancora oggi visibile, doveva,  portare alla grotta sotto la cappella, che avrebbe funto da rifugio per Felice. Un indizio in tal senso lo si riscontra dalla misteriosa e repentina scomparsa dell’acqua nell’edifico, dopo i frequenti allagamenti dovuti alle piogge ed alla particolare orografia del sito: i lavori di restauro avviati cercheranno di ovviare anche a questo problematico inconveniente.

L’altare che esisteva al tempo di De Feury, e lo stesso pavimento delle due ali dell’edificio, ad est e ad ovest, come del resto tutti i marmi sono andati perduti nel corso dei diversi scavi nel sito, a seguito degli interventi condotti dal sovrintendente Chierici. 

Nella cappella coperta da volta a crociera, sono visibili resti del pavimento in lastre di marmo e alcune tombe terragne. Interessantissimi sono gli affreschi databili dal III al XIII secolo, che decorano le pareti dell’edificio. Nell’arcosolio a destra dell’ingresso in basso, sono dipinti Adamo ed Eva, mentre in quelli a sinistra Giona che viene gettato in mare e Noè. Il dipinto dei protogenitori, é assai singolare ed interessante per la assenza dell’albero tra le due figure e la contemporanea presenza della foglia d’acanto che copre le parti intime e che entrambe mantengono con una mano.

Basilica dei Santi Martiri | Basiliche Paleocristiane di Cimitile

Eva, appare in un gesto di ritrosia assai anomalo mentre Adamo sembra tendere il braccio per richiamare la compagna. Una sorta di inversione delle parti che, tenendo conto anche della antichità del dipinto e della straordinaria unicità rappresentata dalla assenza dell’albero del Bene e del Male e quindi del peccato, non renderebbe peregrine ipotesi sulla possibile origine non ortodossa dell’affresco specie stante la antichità dello stesso. Facciamo, altresì, osservare la straordinaria similitudine del dipinto con quello presente presso le Catacombe di San Gennaro a Napoli, anche se qui manca il gesto di ritrosia di Eva e , soprattutto, appare chiaramente l’albero che separa i due personaggi. 

Le pitture della seconda metà del III secolo, inquadrate in arcosoli, ora situate al livello del pavimento, dovevano distare, in origine da questo un circa un metro : lo spazio che attualmente é ricoperto da due strati di tombe  (il secondo strato é  ipotizzabile sulla base della situazione visibile nella Cappella di San Giacomo, l’edificio interno alla Basilica dei Martiri ad est).

Tali dipinti , si collocano, comunque, tra i primi esempi di arte cristiana fuori Roma, e decoravano sicuramente, l’edificio riutilizzato dal vescovo Leone III nel IX-X secolo. Sul lato orientale della cappella si trovano l’abside e due altari a blocco sormontati da nicchie affrescate databili al XIII secolo e raffiguranti a sinistra S. Eusebio e a destra la Maddalena.

Su questo straordinario dipinto ci siamo soffermati in uno dei nostri lavori mostrando come la raffigurazione é unica nel suo genere poiché non esistono, per quanto é a nostra conoscenza, al mondo, raffigurazioni della santa raffigurata con corona da viva. La corona era, infatti, simbolo del martirio, della reale regalità o della verginità consacrata a cristi: evidentemente la Maddalena non rientra in nessuna di queste categorie. Tale raffigurazione, infatti, sarebbe stata teologicamente eccessivamente ambigua poichè richiamava in maniera vistosa, elementi teologici di tipo gnostico cristiano .

Per gli gnostici, infatti, la Maddalena era compagna  reale di Cristo e la prima degli apostoli (come confermato  anche dalle recenti scoperte di Naj Hammadi). La situazione cimitilese appare, poi, alquanto singolare poichè, sebbene non si possa dubitare della assoluta ortodossia di Paolino, va anche ricordato che per questi la Maddalena é l’unico simbolo della Chiesa, compagna mistica di Cristo, insieme alla Regina di Saba. La raffigurazione potrebbe essere stata ispirata in epoche successive, agli scritti del santo. La Maddalena incoronata fu, inoltre, fino al XIII, l’unica donna con corona raffigurata, per quanto ne sappiamo, nelle basiliche. Ma proseguiamo oltre.

Nell’abside, parzialmente demolita, sono visibili due strati sovrapposti di affreschi: quello più antico (XI secolo) raffigura la Vergine (rimane solo il volto) tra due angeli, mentre l’altro (XIII secolo) Maria Regina con Giovanni il Battista (si notano pochi resti). In alto è dipinto Cristo in cattedra tra due cherubini e angeli (X secolo), mentre sulla volta rimangono resti di 4 angeli e i simboli degli evangelisti. Sulla parete di fronte all’ingresso (presso l’altare della Maddalena) è raffigurata una santa in abito riccamente decorato (XIII secolo).

Nel nostro lavoro abbiamo evidenziato le notevoli e singolari similitudini tra l’abbigliamento, la cintura, i ricami dell’abito, il mantello ed in nimbo di questa figura con la Maddalena. Sarebbe anche questo, qualora fosse accertato, un caso unico di doppia rappresentazione della medesima santa in un solo ambiente a così breve distanza l’una figura dall’altra. Poco oltre è visibile il marmo che, come ricorda l’iscrizione murata all’esterno della cappella, sarebbe stato miracolosamente incavato da una goccia di sangue colata da una corona votiva. Sulla parete a destra sono dipinte 5 scene della passione di Cristo: tradimento di Giuda, ascesa al Calvario, crocifissione, discesa agli inferi, pie donne al sepolcro .

Il ciclo di altorilievo qualitativo (x secolo) prosegue sulla parete a sinistra dell’ingresso con le scene del “Noli me tangere” (“Non mi toccare perchè non sono ancora salito al cielo” sono le parole che Cristo risorto rivolge alla Maddalena mentre lei tenta di toccargli la tunica), incredulità di Tommaso, insediamento di Pietro nell’ufficio pastorale; qui si notano, inoltre, la vocazione di Pietro e Andrea e la presentazione di Cristo al tempio. Sulle pareti si riconoscono, altresì, le immagini dei santi Simeone stilita, Anatasia, Cosma e Damiano, Pantaleone, Caterina, Germano (X secolo). Una erroneo posizionamento di una parte del braccio del Cristo distaccatosi, forse durante restauri in passato e riattaccato in maniera erronea sfigurava questo affresco di incredibile bellezza. Grazie al ultimo lodevole restauro, ancora in corso, il pezzo é stato ricollocato nella corretta posizione. Dall’abside si accede, ad est, alla cappella di San Giacomo che riutilizza un edificio precedente più piccolo poi abbattuto, contenente due strati di tombe sovrapposti ed affrescato con scene del vecchio testamento ritenute in passato come dipinte intorno al III secolo ma oggi collocate intono al V e quindi, probabilmente, commissionate dallo stesso Paolino.

Anche su questa ridatazione abbiamo sollevato vari dubbi legati, prima di tutto, al fatto che tali dipinti appaiono stratigraficamente inferiori rispetto a quelli datati al III secolo. Inoltre essi ritraggono moduli già noti ed adoperati nel III secolo in Campania.

L’immagine del riposo di Giona, infatti, appare fin troppo simile a quella raffigurata nelle catacombe di San Gennaro a Napoli e datata al III secolo per non suggerire la unicità del ciclo pittorico tra gli affreschi dell’edificio centrale della Basilica del III secolo e questi. La rassomiglianza, inoltre, delle tecniche pittoriche oltre che della mano dell’artista rende, a nostro avviso, inspiegabile i motivi della nuova datazione. Altri elementi avvalorano questa nostra constatazione a partire dalla analisi del prospetto sud della Basilica che mostriamo di seguito.L’antico edificio affrescato con immagini del vecchio testamento, fu, si distrutto per realizzare il nuovo, ma é evidente che di esso rimase intatta parte la parete sud completa di affreschi e della porta di ingresso.

Tale porta appare troppo piccola (meno di 1,50 m) per poter essere questa la dimensione originaria. A nostro avviso, essa giungeva, fin sotto le tombe a torto, secondo noi, definite terragne, ma in realtà solamente appoggiate sul  pavimento dell’edificio esistente. Appare, infatti, assai strano che, nella ipotesi formulata dagli studiosi, dopo il crollo dell’edificio originario affrescato, sia stata edificata una cappella più piccola costituita da dalla sola camera centrale con un’abside tra i due altarini (Belting). In tale ipotesi, infatti, il muro sud dell’edificio affrescato, sarebbe rimasto impiedi alle intemperie; gli affreschi di tale lato e avremmo dovuto recare segni evidenti di tale fase.

A nostro avviso, invece, l’edificio originario affrescato, fu, in origine, un cubicula di una antica villa del III secolo. E possibile pensare che il ricco padre ebreo di Felice, di origine siriaca (dati questi che ci vengono da Paolino), ne fosse proprietario come proprietario doveva essere dei tre iugeri, di cui ci parla Paolino e su cui insistono le basiliche. La qualità ed il costo elevato della lavorazione degli affreschi, segnalata dal Korol, avvalorerebbe questa ipotesi. Questo spiegherebbe sia l’orientazione dell’edificio (punta verso Gerusalemme), sia la scelta della collocazione della camera da letto, sia i temi veterotestamentari scelti per la raffigurazione. Tale ala dell’edificio dovette essere, come avvenuto per la sinagoga a Bova Marina, adibita a luogo di culto, probabilmente cristiano forse da Figlio di Ermia, Felice. La somiglianza con i moduli stilistici di questi dipinti e quelli della sinagoga Dura Europos é stata, infatti, già sottolineata in passato (Korol) senza però desumere, come da noi operato, anche una affinità d’uso e contesto.

L’uso funerario dovette subentrare dopo il III secolo quando, a seguito della sepoltura di Felice a nord dell’edifico. Il luogo divenne caro ai cristiani dell’epoca che desideravano esser sepolti vicino al santo e, probabilmente fu allora che furono creati i sarcofagi affiancati sul pavimento e furono riusate le pitture veterotestamentarie ad uso funerario. Se, come riteniamo, al di sotto delle tombe esiste una cavità anch’essa (grotta o pozzo di San Felice) ritenuta sacra, é evidente il perché non potette essere applicata la soluzione dello scavo di tombe terragne. Dopo crollo dell’edificio, si decise di allargare la vecchia costruzione collegandola con un ingresso all’edificio centrale della Basilica dei Martiri.

La vecchia sala affrescata ed il suo ingresso, con le loro tombe, divennero la cripta del nuovo edificio. La porta, sebbene bassa poiché la parte inferiore veniva occupata da due strati di tombe sovrapposti, fu adoperata per accedere all’ambiente sepolcrale ricavato. Al fine di permettere l’accesso fu ricavato l’arco spesso una quarantina di centimenti che si nota nella zona indicata dalla freccia rossa ed il tutto fu chiuso da un muro nel lato interno. La scala che al lato nord portava in quella che dovette essere la cantina dell’edifico colonico, fu inglobata nel nuovo edificio e solo successivamente fu chiusa dalla tomba ancora oggi visibile, probabilmente perché, come crediamo accada anche oggi, le acque piovane convogliate dalla pendenza e dalla subsistenza dell’edificio, finivano per allagare perennemente tale grotta. Solo le future indagini potranno verificate la correttezza della nostra ricostruzione.

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